Abstract del rapporto di ricerca
"Le cooperative sociali di tipo B nella provincia di Pavia"
Analisi degli elementi di quadro, cultura di impresa e processi di inserimento lavorativo nelle cooperative sociali di tipo B
anno 2004
Il quadro che emerge da questa ricerca evidenzia un sistema di cooperative di tipo B ancora in fase di avvio che non ha ancora raggiunto uno sviluppo consolidato. Portiamo alcuni elementi a suffragare questa nostra ipotesi, che verranno diffusamente illustrati nel rapporto, ma che è utile porre da principio per fornire uno spaccato riassuntivo che guidi e orienti il lettore.
Rispetto al quadro regionale, nel mondo della cooperazione sociale pavese le cooperative sociali di tipo B sono meno sviluppate rispetto alle loro “sorelle” di tipo A. Qualche dato: mettendo il numero delle cooperative iscritte all’albo regionale in rapporto al numero di abitanti, notiamo che la provincia di Pavia si colloca al quinto posto con 8,2 cooperative di tipo A ogni 100.000 abitanti, sopra la media regionale (7,8) e davanti a province economicamente più sviluppate come Milano (7,0) e Bergamo (7,5). Per quanto riguarda le cooperative di tipo B la nostra provincia si colloca invece al penultimo posto con solo 3,0 cooperative di tipo B ogni 100.000 abitanti, al di sotto la media regionale (4,5) e molto staccata sia da sistemi più avanzati come la provincia di Brescia (8,1) sia da aree simili da un punto di vista economico e socio-demografico come Lodi (5,0), Mantova (5,0) e Cremona (5,3).
Inoltre si tratta di un sistema ancora molto giovane: 15 delle 17 cooperative censite non superano i 10 anni di attività, 5 sono sorte dopo il 2000, 9 sono sorte nella seconda metà degli anni novanta.
Un altro elemento fortemente caratterizzante il sistema è il netto prevalere di realtà di piccole dimensioni. La maggioranza dell’universo, circa il 60%, è composto da cooperative strutturate di piccole dimensioni, che presentano una base sociale limitata, un numero di lavoratori tra le 10 e le 30 unità e fatturati differenziati, non superiori comunque ai 500.000 euro. Circa il 20% delle cooperative possono essere definite cooperative strutturate di grandi dimensioni: presentano una base sociale molto ampia, un numero di addetti non inferiore a 40 e un fatturato superiore o comunque non distante dai 500.000 euro all’anno. Il restante 20% delle cooperative sono realtà veramente piccole: presentano una base sociale minima, impiegano mediamente 2/3 lavoratori, o comunque meno di 5, e che dichiarano un fatturato non superiore ai 50.000 euro.
Il dazio pagato dalle cooperative per la loro piccola dimensione è acuito dalla bassissima tendenza a forme consortili o associative. Il solo consorzio esistente è ancora molto giovane e in fase di start up. Sono solo 3 su 17 le cooperative che hanno fatto ATI o ATS, solo 2 lo hanno fatto con altre cooperative di tipo B. Ciò impedisce al sistema delle cooperative di acquisire commesse o convenzioni di grosse dimensioni che consentono una progettualità di ampio respiro, investimenti e sviluppo.
Si tratta quindi di un sistema, ma forse è ancora prematuro definirlo tale, che necessita di azioni specificamente orientate a porre le basi per un consolidamento, più che non a una espansione. Proponiamo di seguito le dimensioni che paiono ancora deboli e possibili piste di intervento su cui concentrare gli sforzi.
In sintesi i punti di debolezza della cooperazione sociale nel pavese, così come li abbiamo rilevati nell’indagine, riguardano:
la cultura di impresa
il fattore dimensionale
la propensione associativa
la cultura politica sul ruolo dell’impresa sociale
È debole la consapevolezza di essere impresa. Non si tratta di rincorrere le imprese profit facendo propri modelli organizzativi ed imprenditoriali che non appartengono alla cultura sociale delle cooperative, ma di coniugare capacità produttiva e priorità sociali, tensione etica e attenzione al risultato, partecipazione democratica e capacità imprenditoriale.
Le dimensioni piccole e piccolissime delle cooperative non consentono di fatto di liberare risorse dal lavoro alle funzioni gestionali e strategiche per lo sviluppo dell’impresa sociale, riducono le potenzialità di investimento nella logistica, nella formazione e nell’acquisizione di competenze professionali.
La scarsa propensione all’associazionismo e la frammentazione delle strategie imprenditoriali indebolisce la cooperazione sociale a fare sistema, riduce il peso politico nel welfare locale e ridimensiona le potenzialità di sviluppo.
Infine, è ancora debole la cultura politica degli attori locali che vedono la cooperazione sociale come soluzione tampone, risposta immediata a situazioni di disagio sociale che le amministrazioni si trovano ad affrontare. Non si pensa alla cooperazione sociale come una risorsa strategica per il welfare locale con cui impostare insieme interventi strutturali di lungo periodo.
Diverse possono essere le piste percorribili per iniziare a fronteggiare in modo efficace i punti di debolezza. Qui le riportiamo più come suggestioni che come linee operative vere e proprie. Sono cinque a nostro avviso i livelli in cui si può muovere una strategia adeguata di sostegno:
Attività di formazione, di promozione e di sensibilizzazione sulla cooperazione sociale rivolte congiuntamente ad attori del pubblico e del privato sociale. Visto la debolezza delle connessioni con la rete dei servizi, ciò andrebbe nella direzione di creare luoghi di confronto da cui partire per sviluppare collaborazioni e condividere progettualità.
Attività di supporto consulenziale alle cooperative, concentrando gli interventi sulle funzioni strategiche dell’impresa sociale con l’intento di far crescere competenze interne: in particolare la funzione gestionale e quella commerciale.
Interventi volti a promuovere l’associazionismo imprenditoriale per creare sinergie e strategie comuni per accedere a commesse più grandi e continuative. Un modo potrebbe essere quello di incoraggiare le cooperative verso la costituzione di ATI, ATS e Consorzi.
Azioni volte ad aggregare le cooperative e a promuovere l’accesso a quelle risorse messe a disposizione dalla Regione per interventi di supporto alla cooperazione sociale, privilegiando due ambiti: da un lato accesso al credito e ai finanziamenti pubblici, e dall’altro formazione volta a rafforzare le competenze e la cultura di impresa.
Azioni volte a coinvolgere sempre di più le cooperative negli interventi promossi dai soggetti istituzionali (Regione, Provincia, Centri per l’Impiego, ecc.) per agevolare l’inserimento lavorativo di quei soggetti svantaggiati che non rientrano nelle categorie di destinatari della L. 381/1991 (stranieri, disoccupati, donne sole con figli a carico, ecc.), utilizzando tutti gli strumenti e le risorse messe a disposizione dalle politiche di welfare.
Sul versante dei percorsi di inserimento lavorativo le cooperative evidenziano una notevole capacità di contenimento ed accoglienza del disagio e di promozione di positive strategie di inclusione: molto alti sono infatti i tassi di successo dei percorsi di inserimento lavorativo. La forte “tensione etica” delle cooperative le porta ad assumersi fino in fondo la finalità di promozione sociale loro propria. Dall’indagine emerge chiaramente che le cooperative si fanno carico, pur con diverse strategie, delle ampie problematiche dei lavoratori svantaggiati, sia di quelle legate al loro inserimento lavorativo sia, più in generale, di quelle relative alle condizioni ambientali e soggettive che rendono difficile tale inserimento. La forte attenzione alla persona e alla condizione di svantaggio, l’ampio impiego di figure professionali a supporto degli inserimenti lavorativi, le diffuse dinamiche di inclusione nella compagine sociale come strumento di promozione, di motivazione e responsabilizzazione sono i fattori di successo più determinanti nei percorsi di inserimento dei soggetti svantaggiati.
Il limite che le cooperative evidenziano su questo versante è innanzitutto quello della difficoltà ad ampliare il numero dei lavoratori svantaggiati inseriti. Ciò non è evidentemente imputabile ad una inefficace gestione dei percorsi di inserimento, ma si ricollega alla difficoltà di crescita e di sviluppo delle singole cooperative. Un incremento delle commesse, l’acquisizione di progetti più grandi e, più in generale, la crescita del fatturato potrebbe avere una positiva ricaduta sul numero di soggetti svantaggiati inseriti.
Una seconda criticità è rappresentata dal rapporto con i servizi del territorio. I rapporti con i servizi sociali o socio-sanitari che assistono i lavoratori svantaggiati, non sempre sono orientati ad una reciproca comunicazione e collaborazione. Sporadici e poco strutturati sono ancora i servizi operanti nell’ambito delle politiche attive del lavoro.
Infine, in continuità con quanto detto al punto e), la più recente ed estesa accezione di lavoratore svantaggiato può essere una interessante direzione da percorrere da parte delle cooperative. Focalizzare l’attenzione anche su queste “nuove” categorie di lavoratori svantaggiati come target potrebbe portare nuova linfa alle cooperative sociali in termini di know how e di capacità di sviluppo. Facciamo qui riferimento a lavoratori con già alle spalle un’esperienza lavorativa, a persone precocemente espulse dal mondo del lavoro, ma comunque portatrici di competenze specifiche.